Romanzo di formazione per ragazzi altamente sensibili

“Un’estate con la strega dell’ovest”, Kaho Nashiki. Focus “Alta sensibilità”

“Nelle profondità remote del cuore di quella ragazza si cela qualcosa di eccezionale durezza, puro e bellissimo.”

Di questo libro sono state scritte delle belle recensioni, qui puoi trovare quella di Mr.Tannus e qui puoi ascoltare un breve video dove scoprire alcune particolarità sull’autrice e vedere il trailer del film omonimo, disponibile solo per la piattaforma Netflix giapponese. Ti invito ad andarle a visionare per avere un quadro generale della storia così che io possa, invece, concentrarmi su un’analisi ulteriore, entrando nel particolare dell’Alta sensibilità.

Un romanzo per giovani altamente sensibili

Questo romanzo, infatti, è un vero tesoro. Raccoglie nelle sue pagine moltissimi dettagli che descrivono il tratto dell’Alta sensibilità e che possono diventare spunto per un approfondimento, sia su alcune caratteristiche proprie di questo tratto, sia sulle attenzioni che noi adulti possiamo avere nell’accompagnare giovani PAS.

La protagonista Mai rivela le peculiarità proprie di un’adolescente altamente sensibile introversa.

È molto interessante il tema centrale del racconto che vede la ragazzina ritrovare uno stato di benessere nel trasferirsi a vivere in campagna, immersa nel tempo lento e naturale della terra e dei suoi cicli; aspetto, questo, molto caro all’Alta sensibilità.

Nelle note a fine libro l’autrice si interroga così:

“È mai esistita in passato un’epoca in cui era così complicato vivere in modo semplice, spontaneo, sincero?”

Modalità di decompressione

A colpirmi in un primo momento è stata la descrizione dei tentativi inconsci di Mai di far fronte alla sovrastimolazione, che qui non è data solo dalla realtà fisica, ma anche (e soprattutto) dai moti interiori.

Ecco che allora, trasferendosi a casa della nonna, Mai sceglie di portare con sé la sua tazza preferita: “…secondo Mai, grazie a quella tazza che usava tutti i giorni, intorno a lei si sarebbe ricreata il “suo spazio” e sarebbe riuscita a scongiurare la nostalgia che le sarebbe sicuramente venuta”. Nostalgia descritta come una forza dirompente, struggente, che le attanagliava il cuore, e alla quale tante volte non riusciva a trovare una spiegazione logica. Sicuramente la sopraffaceva e la tazza era uno strumento per contenerla. O l’infuso che, bevendolo, Mai sapeva “sarebbe stato sempre suo alleato. Poteva sentirne la volontà di consolarla, tranquillizzarla, incoraggiarla”.

Questo è un libro che consiglierei assolutamente a ragazzi e ragazze HSP come lettura in cui rispecchiarsi, dove poter vedere descritto e normalizzato il loro vissuto di tutti i giorni e magari intuirne anche le risorse.

Ad esempio, Mai vive emozioni all’apparenza lontane e in contrasto, come la felicità e l’ansia, quest’ultima condizione quotidiana per tutti ma, ahimé, socialmente spesso non condivisa e nascosta. È utile quindi ritrovarla in un libro, specialmente per un adolescente immerso in un contesto culturale dove l’apparenza conta moltissimo.

Ma è importante da leggere anche per noi adulti, sia come strumento attraverso il quale rivalutare pezzi della nostra adolescenza, alla luce del tratto di personalità che ora stiamo imparando a conoscere, sia per comprendere cosa è vivo nei nostri ragazzi (in particolare PAS) e quali sono i rischi che possiamo scongiurare, mettendoci consapevolezza.

Il bisogno di compiacere

Mai sente il dolore e la spinta a voler rimediare quando la madre appare rattristata a causa sua, sente di dover rendere orgogliosi di lei gli altri e addita il suo modo di essere come causa di questa non riuscita. Questo è un passaggio molto importante!

La nostra neurodiversità agisce nelle aree del cervello attribuite alla cognizione sociale, con una particolare dipendenza (per mezzo della dopamina) alla gratificazione dell’altro.

“In quel periodo, mi preoccupavo molto delle reazioni degli altri nei miei confronti. Allo stesso tempo, mi commiseravo perché ci prestavo troppa attenzione.”

Questo determina lo sguardo rivolto maggiormente all’esterno che caratterizza l’Alta sensibilità. Il rischio è quello di scambiare il bisogno di riconferme esterne per ciò che ci determina, modulando i comportamenti solo in questa direzione, sacrificando la nostra autenticità.

Il percorso è banalmente così: la mamma è felice quando io sono in un certo modo, il mio cervello prova piacere quando lei dimostra questa felicità causata da me, quindi registro quest’informazione e direziono i miei sforzi a far sì che succeda di nuovo.

Qual è il pericolo? Perseguire questa strada dimenticandomi chi sono io (sono certa che molti di quelli che leggeranno potranno ritrovarcisi). Che cosa piace a me, cosa mi fa stare bene, quali sono i miei bisogni, cosa sento? Forse l’ho dimenticato, impegnato com’ero a ricercare piacere soddisfacendo i bisogni e le aspettative degli altri.

Tenere a mente tutto questo nei nostri scambi con i bambini e con i ragazzi è arduo, ma puoi vedere che importanza vitale abbia. Tant’è vero che quando Mai sente esclamare alla nonna: “Sono contenta di poter stare con Mai. Ho sempre ringraziato il cielo per la nascita di una bambina come lei!” o ancora: “Sono orgogliosa che la mia nipotina sia così sensibile” finalmente si acquieta, si sente validata. Ma il passaggio più importante (e pian piano nel libro avverrà) è quello di darsi DA SOLA l’approvazione di essere come è.

Il senso di giustizia

“Mentre se ne convinceva e il disprezzo dentro di lei cresceva come nuvole nere che si alzano nel cielo (…) Mai non riusciva praticamente a respirare per l’odio e la rabbia”

Se sei altamente sensibile, o convivi con qualcuno che lo è, ti sarai già accorto di questo aspetto. Una fiamma che divampa con tale rapidità e ardore da passare dall’essere fonte di luce rischiarante a brutale distruttrice di tutto e questo può portare un grande malessere.

Vi sono alcuni temi che trovano una grande cassa di risonanza in me. Qualche giorno fa, al termine di un mio esasperato comizio su uno di questi ho guardato mio marito e gli ho chiesto: <<Hai capito? Cosa ne pensi?>> e lui, con un mezzo sorriso di comprensione e compassione sincera, mi ha risposto: <<Lo sai che hai ragione, ma vorrei non ti facessi tutto questo male, in fondo su quello che dici non hai margine di manovra e chi sta male adesso sei solo tu>>.

Questa è una lezione importante che si troverà a imparare Mai. È una lezione importante che dovremmo imparare tutti noi HSP:

se vogliamo vivere meglio dobbiamo imparare a disciplinarci. E questo avviene attraverso la volontà di imparare a governare la nostra attenzione. Di scegliere dove condurla, direzionarla e cosa, invece, cercare di lasciare fuori.

Mai, nelle giornate trascorse con la nonna, inizierà un allenamento da strega che, nella sua descrizione, rivela spunti di lavoro interessanti anche per noi HSP. Non a caso una qualità di Mai e delle streghe è “le sensibili antenne”.

Ti metto un pezzetto di ciò che sto provando a raccontartidove a “i poteri extrasensoriali” puoi sostituire le conseguenze (visibili o meno) dell’Alta sensibilità:

“I poteri extrasensoriali nascono dal nostro mondo interiore, perciò per governarli ci vuole tanta forza d’animo (…) costruirsi le antenne per percepire qual è la direzione giusta e ricevere il segnale con il corpo e con la mente. (…) la cosa più importante è la forza di volontà. La forza di decidere da soli, la forza di rispettare fino in fondo le proprie scelte. (…) all’inizio non noterai cambiamenti. Poi arriveranno i dubbi, la pigrizia, la rassegnazione, la negligenza, che dovrai sconfiggere, andando avanti a testa bassa. E quando comincerai a pensare che non cambierà mai nulla, finalmente succederà qualcosa che ti farà scoprire che sei diversa da prima” .

Lavorare sulla nostra alta reattività

Quindi quello che serve è un lavoro su noi stessi/e, la decisione e la perseveranza nel volerlo perseguire. Ma perché? Cosa accade altrimenti? Anche questo viene raccontato nella storia. Mai torna a casa sconvolta e segue questo dialogo (illuminante) con la nonna:

– “Una strega deve fare affidamento sul proprio intuito, però non deve lasciare che questo abbia il sopravvento. Quando succede, le convinzioni troppo ferme diventano fissazioni e prendono il controllo della persona. Considera le intuizioni per quello che sono e conservale da qualche parte nel tuo cuore (…) l’importante non sono i fatti che, anche se indagassimo, ormai non potremmo cambiare, ma il tuo cuore, che in questo momento sta cadendo in balia dei dubbi e dell’odio”.

“Io… penso che, solo quando sarò riuscita a scoprire la verità, i dubbi e l’odio spariranno” replicò Mai.

-“Ne sei sicura? Io temo che cadrai soltanto in balia di altro rancore e odio (…) non pensi che spendere tante energie sia logorante?”

Mai strinse fortissimo i denti. Poi, come se fosse ritornata in sé, rilassò le spalle. E disse: “Sì, è vero”. Si sentiva esausta.

L’intuizione è una conseguenza tipica del nostro tratto, deriva dalla capacità di analisi che abbiamo (non a caso fagocitiamo dettagli e dati minuziosi) e può agganciare la rabbia. Ma occorre, parafrasando il libro, vedere ciò che vuoi vedere e sentire ciò che vuoi sentire. “I desideri giusti, quelli che sono in linea con il corso delle cose, ti fanno da guida e si trasformano in realtà”. Che altro non vuol dire se non

imparare a conoscere quali sono i tuoi valori e i bisogni che da essi nascono, per iniziare a costruire una realtà più in linea con chi sei.

Come direbbe Mai: “devo imparare a controllarmi in modo da non lasciare che questi impulsi abbiano il controllo su di me”È la differenza tra il subire il nostro temperamento e il viverlo valorizzandolo. Non “reagire” passivamente, ma “agire” attivamente, con intenzionalità, sviluppando l’attenzione. Ricordiamoci che uno dei primi nomi con il quale venne descritto il nostro tratto è stato “alta reattività”!

Credo che questo sia l’insegnamento più bello che ho trovato in questo libro ed è utilissima la veste di racconto “semplice” che lo propone.

Adulti e bambini altamente sensibili

Vorrei infine lasciarti dei piccoli spunti per la veste di adulto che si approccia a “un piccolo” altamente sensibile.

Guardiamo insieme alcune azioni della nonna di Mai (probabile HSP estroversa).

  • L’azione della nonna che chiede alla nipote di compilarsi da sola i nuovi orari che sceglierà di rispettare. È una forma di aiuto: lasciare che il giovane senta la fiducia che riponi in lui gli permette di responsabilizzarsi, di avvertire che, al fondo, è sua la responsabilità di prendersi cura di chi è (Alta sensibilità compresa!).
  • Come la nonna si pone a Mai nel dialogo sulla morte: in primo luogo empatizzando con la nipote e provando a dare parole a ciò che può aver vissuto (per un bambino può non essere semplice farlo da solo) “Hai sofferto molto per questo, vero?”. Dopodichè, nel presentarle la sua idea rispetto a un tema così importante e misterioso, lo introduce con la premessa che questo è ciò in cui LEI CREDE, non ne parla in modo assoluto e, personalmente, credo che questa sia un’attenzione importantissima da mantenere.
  • Quando Mei si imbroncia perché mal tollera la sua predisposizione a preoccuparsi così tanto del pensiero degli altri su di lei, la nonna le viene incontro con questa frase, seppur la bimba non avesse fatto parola sulla natura dei suoi pensieri: “Non è per fare bella figura agli occhi degli altri, vuoi solo che non ci siano incomprensioni, o sbaglio?”.

Cosa insegna a noi questa piccola frase?

L’importanza di cogliere sempre l’intenzione buona dietro le parole o i gesti dei nostri bambini e la tensione all’armonia, alla pace, che caratterizza l’Alta sensibilità. 

Siamo spesso dei grandi mediatori, anche nei dialoghi cerchiamo le parole più giuste per non creare incomprensioni, proprio come Mei o la nonna, che così viene descritta: 

“quel suo modo di parlare- scegliendo attentamente le parole come se stesse maneggiando qualcosa di delicato- (…) per lei nulla era “scontato” e non lo faceva con inerzia, ma si riprometteva sempre di essere il più corretta possibile. Non buttava lì una cosa e basta ma si assicurava che l’altro avesse afferrato il significato delle sue parole come lei l’aveva concepito.”

L’ultimo consiglio è di leggere (a pag. 99 nella mia versione) le conseguenza dell’uso della violenza a scopo educativo. La descrizione dei moti interiori di Mai che, se da una parte non può smettere di amare la nonna, che pure l’ha colpita, dall’altra non può nemmeno rinunciare a giudicare come biasimabile quello che ha subito. A me ha stretto particolarmente il cuore questa lotta interiore e mi è servito come monito guardare un po’ dentro all’anima di queste persone, che troppe volte abbiamo la tendenza a sminuire dietro il termine “bambino” o “adolescente”.

C’è un racconto breve alla fine del libro che trovo una perla luminosa, perché racchiude in poche pagine l’esempio di un adulto consapevole che si rapporta a un bambino PAS. Te ne riporto giusto un esempio, con l’invito a recuperare il testo integrale. Il punto di vista è quello di Mai:

“Io non dimenticherei mai un attacco. Ci rimango male facilmente,” aggiunsi a bassa voce. A pensarci bene, in quel momento, feci un piccolo passo avanti dal punto di vista psicologico. Forse stavo studiando le reazioni della nonna. Era stata sempre disponibile nei miei confronti, ma non sapevo ancora quanto ascolto avrebbe prestato a un mio problema impellente. I bambini, senza accorgersene e con disinvoltura, sottopongono spesso gli altri a “test” complessi come questo. Gli adulti non si rendono quasi mai conto di essere messi alla prova, quindi reagiscono con superficialità, quando in realtà in quel momento dovrebbero fare del loro meglio per ascoltare. Ma la nonna era una persona che capiva queste cose. (…) Dopo aver spento il fuoco, la nonna mescolò nuovamente il contenuto del pentolino e disse: “È inevitabile rimanerci male. È la tua natura, non ti resta che accettarla”. Parlò lentamente, soppesando le parole. Ascoltandola, arrossii per l’imbarazzo: reazione e poi distensione (…)”.

Vorrei che ti soffermassi su quest’ultima parola, “distensione”. Ecco cosa può essere la nostra presenza attenta accanto a un piccolo pensatore, “distensione da resa totale”.

“È la tua natura, non ti resta che accettarla” erano parole che procedevano nella direzione diametralmente opposta rispetto all’esortazione a diventare più forti per non soffrirci più, ma erano stranamente convincenti. Ebbi l’impressione che, per quanto mi potessi impegnare, non avrei evitato la sofferenza, però in quel momento, nonostante la nonna mi avesse dato, in sostanza, una brutta notizia, non mi sentii perduta pensando che il futuro fosse tutto nero, ma fui felice come se ci fosse qualcosa di luminoso, sì, come se una fievole luce si fosse accesa nella mia vita”.

Noi siamo quella possibilità di luce nella vita dei più piccoli, perché quello che attrae un bambino è sempre l’autenticità. Più noi accetteremo e apprezzeremo la nostra natura, più saremo capaci di restituire lo stesso sguardo privo di giudizio all’altro.

A fine libro ho letto con tenerezza questa domanda di Kaho Nashiki, l’autrice: “Venticinque anni fa guardavo a questo libro con preoccupazione, chiedendomi per chi potesse avere un valore”.

Ecco, spero con questo mio scritto di averle in parte risposto.

“Non abbiamo una voce forte, ma possiamo comunque trasmettere il nostro messaggio, parlando tra noi a bassa voce”.

Avrei ancora molto da dire ma mi fermo qua. Grazie per avermi letta e fammi sapere se hai domande, dubbi, pensieri o riflessioni che possiamo guardare insieme. Mi trovi su Instagram come Alta sensibilità in famiglia.

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